Benvenuti nel mio spazio creativo
In questo spazio, condivido aggiornamenti sulle novità, i processi artistici, video e informazioni relative alle mostre. Vi invito a unirvi a me in questo percorso esplorativo nel mondo della mia arte.

Il mio "Archivio Familiare": Vi spiego come salvo i ricordi dimenticati
Avete presente quelle vecchie foto in bianco e nero che si trovano nei mercatini delle pulci, magari dentro scatole di scarpe impolverate? Nessun nome scritto dietro, nessuna data. Solo volti di persone che un tempo hanno amato, riso e vissuto, e che oggi rischiano di svanire nel nulla.
Con il mio progetto Archivio Familiare (2026), ho deciso che non potevo semplicemente stare a guardare. Ho scelto di "adottarli".
Com'è nata questa mia ossessione
Tutto è cominciato come una ricerca quasi maniacale. Per anni ho setacciato mercatini di antiquariato, rigattieri e angoli sperduti del web per raccogliere fotografie anonime. Ritratti di famiglia, gite fuori porta, sorrisi rubati in un salotto degli anni Cinquanta... centinaia di frammenti visivi di cui si è persa ogni traccia identitaria.
All'inizio mi limitavo ad accumularli, affascinato dal mistero che si portavano dietro. Ma presto ho capito che collezionarli e basta non era sufficiente: sentivo il bisogno di fare qualcosa di concreto, un'azione artistica che restituisse a queste storie sospese il diritto di esistere ancora.
Il mio metodo: scegliere con empatia
Quando sfoglio queste vecchie foto, non cerco mai lo scatto perfetto o la composizione da manuale. Cerco un'emozione, un dettaglio impercettibile: la postura timida di un bambino, un'intesa tra due sguardi, una mano appoggiata su una spalla.
Per me, scegliere una foto è un vero e proprio atto di empatia. È come se entrassi in una stanza piena di sconosciuti e decidessi con chi sedermi a bere un caffè per fare due chiacchiere.
«Nel mio lavoro il processo non è mai a senso unico. Tolgo degli elementi dall'originale, ma ne aggiungo altri che mi appartengono intimamente. Proprio come succede nei rapporti affettivi: ci si viene incontro e ci si scambia qualcosa».
A livello pratico, unisco tecnologia e artigianato: parto da una fase digitale per lavorare su contrasti, sovrapposizioni e livelli grafici. Poi, però, ho bisogno del contatto fisico con l'opera: intervengo a mano con pittura, incisioni, graffi e collage, trasferendo l'immagine su materiali sempre diversi, come legno, metallo, carta, tela o plexiglass. Ogni supporto risponde in modo unico, dando un corpo e uno spessore tridimensionale a ricordi che altrimenti sarebbero rimasti piatti.
Il mio "Spoon River" visivo
Se devo essere sincero, dal punto di vista visivo preferisco non lasciarmi influenzare troppo da altri artisti; mi piace che il mio percorso resti pulito e personale. C'è però un'opera letteraria che porto sempre nel cuore e che sento vicinissima a questa ricerca: l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Laddove Masters dava una voce poetica alle anime dimenticate della collina, io cerco di fare lo stesso attraverso la materia e l'immagine. I miei interventi grafici sono piccoli epitaffi visivi: non per piangere la fine di qualcuno, ma per celebrarne il passaggio e la dignità umana.
Una grande famiglia di cui facciamo tutti parte
La cosa che più mi affascina di questo progetto è la reazione delle persone quando osservano le mie opere. Spogliati del loro nome d'origine, questi volti non appartengono più a un singolo passato privato, ma diventano di tutti. In quel volto anonimo, chiunque può rivedere un proprio zio, un nonno, una madre da giovane o un amico d'infanzia.
In un mondo in cui siamo sommersi da immagini digitali destinate a durare lo spazio di un "tap" sullo schermo, salvare la memoria analogica attraverso l'arte è il mio modo di resistere. L'anonimato di queste foto, alla fine, non è più una condanna all'oblio, ma la chiave d'accesso per farle diventare parte di una grande, universale famiglia umana. La nostra.