Sono Sante Bernal.

Non ho medaglie da mostrare, né concorsi vinti.

Non ho mai alzato un trofeo su un podio.

Sono un artista senza pedigree.

La mia ricerca si concentra sull'economia espressiva: trovare la via più breve e precisa tra forma e significato.

Si tratta di distillazione; ridurre all'osso, conservare solo ciò che risuona.

La poesia è dunque lo strumento che più si adatta alle mie dita e di conseguenza dipingo come scrivo:

esprimo l'essenziale per suscitare l'immenso.

 

 

 

Sono nato in una regione di confine, popolata da uomini e donne piegati ai loro doveri, la cui sacra missione sembra essere quella di sostenere il fragile equilibrio dell’umanità con il sudore della propria fronte. Una pianura che segue i ritmi delle colture, e che si spezza a volte sul sagrato di cattedrali-capannoni, dove si celebrano i riti pagani delle piccole imprese a conduzione familiare.

 

In questo paesaggio ho imparato a osservare, a tacere, e poi a parlare – con immagini e parole. Ho frequentato l’Istituto d’Arte G. Sello di Udine, oggi un liceo, ma non l’ho terminato. Sono sempre stato refrattario alle aule e ai doveri imposti. Credo, però, che ogni creativo di valore sia in fondo un autodidatta: qualcuno che considera la tecnica un mezzo, mai un fine. Bisogna osservare, studiare, interpretare continuamente. Bisogna saper rubare con gli occhi.

Sante Bernal – L’imperfetto come linguaggio

Sante Bernal è un artista che si muove tra pittura e scrittura con la naturalezza di chi non ha mai davvero scelto un linguaggio: semplicemente, lo ha trovato. Figlio di una famiglia dove la creatività era di casa, ha seguito un percorso non lineare, fatto più di gesti spontanei che di dichiarazioni d’intenti.

 

Dipinge come scrive: pochi tratti, l’essenziale. Non per virtuosismo, ma per economia. È un pigro dichiarato, e ha fatto della sua pigrizia una cifra stilistica. Il dettaglio mancante, l’imprecisione, l’incompiuto sono parte del suo sguardo sul mondo. Una sbavatura, una crepa, un gesto interrotto: è lì che succede qualcosa.

 

Il suo processo creativo parte sempre da un’idea. Non da un concetto, da un’idea. Una smania, una curiosità, un gioco. Perché per Bernal, il gioco è una cosa seria. La sperimentazione è necessaria, ma mai fine a se stessa. Non cerca il fallimento, non crede nella posa dell’artista disperato. Vuole un risultato che lo soddisfi. E se possibile, sorprendersi lungo il percorso.

 

Scrivendo è più razionale, quasi chirurgico. Dipingendo si lascia andare. Sa cosa vuole, ma non segue schemi. Se qualcosa cambia in corsa, lo accetta. A volte lo preferisce.

 

Non ha un'opera preferita, né una da lasciare ai posteri. Quella buona, dice, deve ancora arrivare. E in fondo è questo il suo modo di stare al mondo: con un piede nel fango e l’altro già nel prossimo quadro.

Scrivo lettere, pianifico rivolte.

Mi domando perché l'uomo si affanni a cercare la vita su Marte quando potrebbe essercene anche su questo pianeta.

Porco Giuda, ho così poco sonno, ma così tanti sogni da fare!